minchia…

in questo pomeriggio che sembra il pomeriggio di qualche annetto fa. nella stessa cameretta, sotto la stessa coperta, davanti alla stessa luce pomeridiana che filtra dalle tende eccetera eccetera. correva l’anno 2009, o 2008. ogni tanto ci penso a wordpress, mi può capitare una volta al mese di pensarci, a questo vecchio blogghetto mai cancellato (semmai resettato&ripulito di tanto in tanto) che mi ha concesso qualche sfogo durante gli anni universitari e non solo e sì, ero arrabbiata, e tanto. con chi con cosa e perché… non voglio divagare. e insomma penso a wordpress e mi domando se non l’hanno tirato giù, il blogghetto, e invece sta ancora qua, mi domando anche se qualcuno tra gli old school c’è ancora, ma non ricordo i nick. credo che l’era dei blogger sia finita, ma ci scrive ancora qualcuno qui? sono tutte parole al (cyber)vento? mi interessa realmente?

 

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mesiversari

ti ricordi… come ci siamo messi insieme. le parole che mi hai detto. come mi hai voluta – come mi hai chiesta. dicevi che volevi approfondirmi di più. e dov’eravamo, in quel posto lì… ah sì, che poi te hai detto così – e facevi così. potevano essere le tre di notte.

NO.

ti ricordi… come ci siamo separati. le parole che mi hai detto. come mi hai scaricata – come ti sei liberato di me. dicevi che non mi capivi più. e dov’eravamo, in quel posto lì (su skype)… ah sì, che poi te hai detto così – e hai chiuso la chiamata così. erano le 17:53.

vivere le perdite

c’è una cosa che ogni volta che subisco o vivo una perdita non mi rende mai triste al 100%, mai completamente depressa, mai completamente arrabbiata. e quella cosa è… che spesso nel dolore di una perdita si nasconde insitamente la consapevolezza di una grande liberazione.

la madre di tutti i problemi fottutissimi del cazzo

il problema è che ci siamo noi… quelli che non riescono a risalire (nella vita) se prima non hanno toccato il fondo. il fondo-fondo. quello vero che fa male. e ci si sono pure rotti il culo cadendoci. mi ha detto un amico… che a 90 dovrei mettermici solo per piacere. e che dovrei affrontare i problemi uno alla volta. come fanno le persone con una certa sanità mentale. ma come si fa ad ignorare tutto il resto e concentrarsi su una cosa sola. a me ste cose non le hanno insegnate.

il natale che vorrei

vorrei essere una casalinga mantenuta dal marito, possibilmente senza figli, di quelle che a natale si fanno regalare il greatest hits di laura pausini oppure “ora” di gigi d’alessio e poi lo sparano a tutto volume alla domenica mattina durante le pulizie. e invece sono qui. a preparare la valigia, scegliendo outfit che minimizzano il volume tenendo conto che si sta a mille metri d’altezza e a non dimenticare la sciarpa della roma e a dover dare l’ennesima delusione ai miei perché dovrò chiedere a mio padre se qualche suo collega può aiutarmi con le mie crisi d’ansia sempre più frequenti, per l’azienda semiprestigiosa in cui vorrei entrare per la laurea sempre più vicina e sempre più lontana, per essere di nuovo single-ma-gli-uomini-non-mi-mancano e insomma per non essere perfetta per non essere la figlia che vorrebbero che fossi. deludo anche me, perché forse non sono ancora la persona che vorrei essere. o forse sì. vivo tutto il peso dell’essermi ritrovata anch’io nella linea d’ombra, quando non si è né falliti né vincitori. e lo so che è una questione generazionale, che tutti ora come ora ci troviamo in queste condizioni, ma in fondo non me ne fotte un cazzo perché io so io e l’altri so l’altri.

sostanzialmente

Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.